diciembre 11, 2012

Mediterraneo, un mare per l’incontro tra i popoli

In the introductory session of the 8th Edition of the FestivalStoria, Angelo d’Orsi has described the current situation of the Mediterranean region, which is shaken by the economic crisis. He elaborated on the contradictory relationship between European and the Mediterranean; as well as the tragic situation of migration. Additionally, he underlined the importance of the Mediterranean as a space for encounters, exchanging and cultural enrichment but also the importance of citizenship as a never ending process.

(publié sur Micromega)

 V’è chi (Maurice Aymard) sostiene che c’è addirittura una moda: si parla e si scrive e si rappresenta e si suona il Mediterraneo, anche troppo. Ed è vero; ma ciononostante noi vogliamo correre il rischio di aggiungere altre tessere a questo fascinoso mosaico. E come resistere? Quante vite, quante leggende, quanti traffici, quanta cultura, quanto dolore si sono imbevuti nelle tue acque, ora calme, ora mosse, ora agitate da provocare naufragi, da far affondare navi poderose, che parevano invincibili. Acque dalle quali sono sgorgate civiltà e sono affondati imperi. Quel mare, che i romani chiamarono “nostrum”, avviando una mitologia suggestiva, certo, ma anche per tanti versi pericolosa: basti ricordare i pretesi diritti italiani sulla “quarta sponda”, concretizzatisi nel 1911, nell’invasione delle province ottomane della Tripolitania e Cirenaica non a caso chiamate con la denominazione romana di Lybia. E in fondo l’espressione giornalistica e politica, anzi geopolitica, corrente a lungo in questo ultimo sessantennio, di Italia “portaerei del Mediterraneo” riprende l’essenza di quelmare nostrum, declinandola in termini militari, attribuendo alla Penisola un valore soltanto connesso alla sua collocazione in questo mare, e alla sua particolare conformazione territoriale.

Furono i greci, per primi, a considerare “loro” quello che chiamavano “mare interno”, oltre il quale era “l’Oceano”, ossia un grande mare esterno, un mare d’intorno; in quelle zone in pratica ignote, si agitavano popoli, come formiche o come rane, stando alla famosa espressione di Platone. Per i Greci tuttavia era soprattutto l’area Est, ad essere considerata; in quella zona orientale, del resto, intorno alla Mesopotamia già carica di storia e leggenda, e la stessa Persia con cui pure i greci si scontrarono, ma con cui ampiamente si compenetrarono era nata la civiltà che oggi possiamo chiamare genericamente mediorientale, ossia, in realtà, mediterranea. E ben oltre si guardava, già da parte greca, se è del resto vero come è vero che Alessandro il Macedone si spinse verso la Persia e l’India, desideroso non semplicemente di conquistarle, ma di conoscerle, nel senso complesso di penetrarne i segreti.

Di Mediterraneo si cominciò a parlare nondimeno soltanto nel III secolo, con un semisconosciuto autore di un’opera descrittiva di meraviglie, tale Gaio Giulio Solino, scrittore di una compilazione di meraviglie (i Collectanea rerum memorabilium), basata in realtà su altri autori, a cominciare da Plinio il Vecchio, opera che ebbe fortuna più tardi, in età medievale. Ma era pur sempre un aggettivo che accompagnava il sostantivo Mar: Mar mediterraneum. Passeranno secoli prima che mediterraneo diventi un sostantivo, indicando sì, il mare, ma anche una intera civiltà nata sulle sue coste, e nel retroterra dei Paesi che ad esso fanno riferimento in vario senso.

Quanto alla denominazione romana, fu Giulio Cesare in persona, impegnato nella costruzione del dominio romano, a parlare, nel De Bello Gallico, di mare nostrum: via via che venivano conquistate le terre che vi si affacciavano o che comunque a quel mare facevano riferimento, esso diveniva nostro, appunto. Anche se rimanevano, sconfitti e sottomessi i nemici esterni, da sedare quelli interni, in particolare la pirateria, contro la quale fu decisivo il ruolo di Pompeo, che fece ai pirati una guerra spietata. Fu davvero mare nostrum, allora. E tale rimase per secoli. Un mare controllato dalla potenza di Roma. Eppure, se i romani ebbero il dominio, l’egemonia rimase greca. E gli stessi romani, pure così fieri di essere cives dell’Urbs, riconobbero sempre la superiorità della civiltà dell’Ellade, di cui si considerarono figli e, naturalmente, eredi.
Va ricordato questo punto, particolarmente oggi. Oggi, che la Grecia è diventata il capro espiatorio della crisi finanziaria europea, all’interno di un processo di colpevolizzazione di tutta l’area mediterranea, con una sorta di rovesciamento tra cause ed effetti. Va ricordato e va riflettuto;: e lo faremo ad abundantiam in questa edizione di FESTIVALSTORIA. Nello scorso febbraio, circolavano appelli pro Grecia, quando si ricordava appunto, davanti alla gelida algebra dei numeri da parte dei signori della finanza mondiale, il ruolo storico di quella civiltà straordinaria. Ne avevo sottoscritto qualcuno, chiedendomi comunque a che cosa potessero servire. Forse più che a salvare quel paese (ma da cosa? da se stesso? O piuttosto dalle rapaci mani della “Troika”?), miravano a salvare la nostra anima: quasi che pregassimo un qualche iddio dopo aver consumato il crimine. Perché di questo si è trattato; e del più efferato tra i crimini, l’uccisione della madre. E v’è, in quello che sta accadendo da un anno a questa parte, una sorta di paradossale, involontario richiamo alla tragedia greca: è un dramma degno di Sofocle o di Euripide questa Europa che fa a pezzi e si accinge a sbranare la madre Europa, in nome di se stessa, della sua unità, della moneta unica, della pretesa sua identità “giudaico-cristiana” (una delle tante sciocchezze che ci hanno ammannito in questi anni: e le culture pagane, a cui erano informate tanto la Grecia quanto Roma? E le culture e le religioni orientali? E la cultura islamica, che ha colonizzato ampiamente l’area Sud? E le stesse culture dei tanti popoli “barbari” del Nord?).

L’Europa, insomma, cancella la sua propria scaturigine, elide la matrice da cui è sorta, uccide simbolicamente la madre Grecia, quella che addirittura ha partorito il suo nome, e il mito fondativo: la giovinetta Europa, la bellissima fanciulla rapita da Zeus sulla spiaggia di Tiro (o di Sidone, le due note città libanesi), sotto le spoglie di un bianco toro, che la portò, seduta sulla sua groppa, nel mare Egeo, giungendo fino all’isola di Creta, dove si accoppiò con lei sotto le fronde di un platano. Da loro nacquero tre figli, tra cui Minosse, che di Creta divenne re, e in suo onore, e di sua madre dai grandi occhi (tale il significato del termine, secondo un’etimologia peraltro incerta), fu dato il nome di Europa alle terre a Nord del Mediterraneo. Ma parleremo soprattutto della Grecia come capro espiatorio, a cui la leadership che guida l’Unione sta chiedendo in cambio non soltanto oro – come fece Brenno, il capo dei Galli, nella Roma conquistata e saccheggiata –, bensì il sangue e la dignità di un popolo. Quello greco – oggi – spagnolo, portoghese, italiano, in un domani che è già incombe.

Appunto, sono i popoli mediterranei messi sotto accusa, e tutta l’area prospiciente il grande mare di mezzo, a essere diventata la causa della crisi, invece che la vittima, pur non nascondendo le responsabilità gravissime delle diverse classi dirigenti. Abbiamo voluto dedicare diversi incontri a questo tema più generale, con un taglio interdisciplinare, guardando alla crisi, ai suoi attori, alle sue vittime, ma anche all’indignazione che ne è nata e che se non è in grado di instaurare un gramsciano ordine nuovo, sta provando a delineare una linea di opposizione a politiche il cui rigore sembra essere spaventosamente ingiusto, sia sul piano delle relazioni tra i popoli, sia su quello del rapporto fra gruppi sociali all’interno delle singole nazioni. Abbiamo con ciò voluto quanto meno porre in forse il principio affermato e diffuso dai signori delle banche, i padroni dello Spread, i burocrati impietosi della finanza, che l’area mediterranea sia la colpevole della situazione e come tale vada punita. Abbiamo voluto riprendere una suggestione recentissima di un tedesco, Claus Leggewie, che proprio nei Paesi “a Sud” dell’Europa, nell’area mediterranea, ha visto la sola possibilità di salvezza per il Continente. E un altro tedesco, Ulrich Beck, sostiene da tempo che l’Europa è già fatta anche di non europei, e che l’Europa è uno Stato cosmopolita, e che non ha bisogno di creare altre strutture istituzionali, ma semmai di rafforzare un certo spirito.

Dunque è ancora nostrum, quel mare? E nostrum di chi? Sappiamo che nel corso del tempo esso è stato soprattutto un luogo fisico e virtuale di congiunzione, di contaminazione, di incroci, anche se sovente militari, e decisamente bellici. Incroci che sono stati conflitti, sia quelli interni, tra popoli mediterranei, sia esterni, che hanno cioè usato quelle acque semplicemente come scacchiera militare. È europeo, quel mare? È africano? È mediorientale? Dal Bosforo a Gibilterra, Turchia, Grecia, la contesa isola di Cipro, le tormentate coste del Libano e della Palestina (dove si consuma da troppo tempo la più insopportabile delle ingiustizie), tutto il Nordafrica oggi in subbuglio, Spagna, Francia, e infine, Italia, posta al centro al punto da indurre i romani a parlare di quel mare come di un mare che era interamente loro, e come in effetti, la politica dei consoli e poi dei cesari, riuscì a fare.

E gli arabi? Per gli arabi, quel mare era spazio sociale comune per pescatori, commercianti, viaggiatori e nomadi. Nell’espressione della lingua araba Al-bahr al-abyad al-mutawassit troviamo tutti questi concetti, con un riferimento particolare e specifico alla mediazione. Fino all’emergere dell’Islam e della sua prodigiosa espansione, dal VI al XVI secolo, prevalse il mare greco, latino, bizantino, cristiano… Una espansione quella arabo-islamica che tra conflitti e incontri, sia con la cristianità, sia con civiltà di altra origine, e con altre religioni, compresa quella ebraica, diede un impulso straordinario alla creazione di una koiné mediterranea: euromediterranea, afromediterranea, asiomediterranea. Tre continenti uniti da un solo mare. Che poteva dunque continuare ad essere chiamato “nostro”, da ciascuna delle sue componenti, sia geografiche, sia culturali.

Quel mare che, si sa, è stato Fernand Braudel a raccontare mirabilmente, quasi testimone ex post di una comunità formatasi nel corso di un paio di millenni, e che costituisce lo sfondo della nostra contemporaneità. Scriveva, in quell’opera capitale, vergata in condizioni incredibili, in un campo di detenzione durante la Seconda guerra mondiale:
Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma molte civiltà, disseminate le une sulle altre…un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E piante.

Sappiamo, certo, che il Mediterraneo ha perso da secoli la sua centralità geopolitica ed economica, e che già nella prima età moderna, nazioni coloniali egemoni come l’Inghilterra e l’Olanda vi penetrarono, per svolgere i loro traffici facendo di esso una fonte primaria di guadagno. Da tempo il Mediterraneo non ha più quel fascino che Braudel e non pochi altri (non solo storici e geografi, ma letterati, teologi, artisti…) prima e dopo di lui ci hanno restituito, nella letteratura, nell’arte, nelle scienze sociali, dalla geografia alla storiografia. Ma esso è pur sempre il più ricco di storia e di fascino di tutti i mari della Terra. Che però, negli ultimi decenni, sembra aver rinunciato completamente alla sua tradizione di centro di incontro (e scontro) di culture, religioni, etnie ed economie, per diventare una frontiera di una Europa fortezza, luogo di respingimento invece che di accoglienza, di rifiuto piuttosto che di accettazione. Di difesa identitaria, invece che di confronto culturale, nel senso più ampio possibile.

Oggi questo grande lago d’acqua salata e pescosa è un confine, un no mans sea, uno spazio di tutti, o di tanti, o è una frontiera? Se il confine è labile, mobile, in qualche modo persino vago, e comunque di significato denotativo, neutro; la frontiera indica piuttosto un limite, una barriera ove si due entità si fronteggiano, e dunque predispone all’affrontamento, e dunque alla chiusura o al contrasto, che può divenire conflitto. L’invalicabilità della frontiera, come mezzo di preservazione del dentro contro il fuori, come pratica identitaria. Del resto né i confini, né le frontiere sono date in natura, che è un tutto che si connette, si segue e si intrica, e né fiumi, né mari, né catene montuose segnano irrevocabilmente divisioni, tutte pronte ad essere superate, anche dalla stessa intraprendenza degli umani, e delle altre specie viventi, non soltanto animali.
Ma allora il Mediterraneo rinvia ai confini o alla frontiera? E i tanti Paesi che ne sono bagnati, sono divisi tra loro da confini, a loro volta? O da frontiere? E in tal caso, il Mediterraneo è strumento di collegamento, connessione e contiguità non solo geograficamente, ma da molti altri punti di vista, o piuttosto è una frontiera? Ma in tal caso chi si fronteggia sul mare di mezzo? Non più i mori e i cristiani, i popoli del Nord e quelli del Sud, e nemmeno invincibili armate inglesi e spagnole… V’è ancora il contrasto Est/Ovest, o è stato sostituito del tutto da quello Nord/Sud? E quale rapporto passa tra lo spazio europeo e quello mediterraneo? È uno spazio che si integra, o ci prova, oppure indica una doppia alterità, una frontiera che non vuole saperne di diventare aperta. E questo non da oggi, come ricorda Maurice Aymard evocando le resistenze delle stesse classi dirigenti meridionali: noi vogliamo essere europei, non mediterranei, in buona sostanza.

A lungo si è pensato al Mediterraneo come mare dell’Europa, sua dotazione, quando addirittura non “confine” d’Europa; ma ora forse dobbiamo ripensarlo, ma nello stesso tempo si direbbe che una feroce geopolitica lo stia relegando a zona di separazione, di potenziale conflitto, economico, militare, culturale, nel senso antropologico, religioni comprese. L’Europa diventata fortezza sta guardando e considerando il mare culla delle civiltà, ormai soltanto come frontiera; e frontiera da rendere invalicabile. Più aumentano i bisogni di incontro, più siamo disposti – noi europei – ad alzare steccati, muri, armare pattuglie di sorveglianza, istigare all’odio verso “quelli là”, incitare a sparare sui loro barconi.

Il Mediterraneo ormai ci appare soprattutto come una scacchiera di acque in cui nugoli di profughi, sospinti da guerre, carestie, o semplicemente da una fame antica, tentano, sfidando la sorte (che spesso infatti non perdona), di raggiungere dal Nordafrica e dal Medio Oriente, la mitizzata Europa, sognando non un futuro migliore, bensì soltanto un futuro, una qualsiasi prospettiva di sopravvivenza.

Il risultato? Un aggravamento costante della legislazione dei Paesi europei che si affacciano su questo mare ai danni dei migranti, una politica che si riduce ad azioni di guerra contro i barconi malconci di questi disperati, dai “respingimenti” agli speronamenti: i risultati sono altra disperazione; e morte. Mare di morte, con i suoi quasi ventimila cadaveri nella generale assoluta indifferenza: tanto fra gli abitanti dei Paesi del Nord, tra i quali non mancano coloro che se ne rallegrano addirittura (a cominciare da certi leader politici e commentatori), quanto quelli del Sud, che rassegnati piegano la testa, davanti a quei loro fratelli caduti nel tentativo di raggiungere il sogno. Ma quel Sud, ossia il Maghreb, oggi si sta agitando: finora gli esiti delle cosiddette “rivoluzioni” ancora in corso non sembrano esaltanti; anzi: forse hanno prodotto risultati positivi per qualche aspetto, ma sovente hanno peggiorato la qualità della vita della gran massa di quelle popolazioni, senza raggiungere la conclamata “democrazia” (naturalmente la nostra democrazia, che in realtà non se la passa tanto bene). Una pretesa tanto più bizzarra, davanti ai segnali di tracollo del nostro sistema. Che rischia di affondare proprio come i barconi dei migranti nelle rotte della speranza che si tramuta in disperazione. Le immagini dei cadaveri sulla battigia non sono frequenti perché i morti vengono gettati nelle acque del mare; ben più ricorrenti sono quelle dei volti nei quali si mescolano paura e gioia, paura di quel che potrà essere il futuro, ma gioia per esser giunti provati, affamati e disidratati alla meta, che quasi sempre è solo una tappa, e non il posteggio finale.

Percorreremo le vecchie e nuove rotte dei disperati del mare; decifrando le novità, le frontiere e le barriere erette contro di loro, costretti a sfidare la sorte ogni volta in modo più pericoloso e con minori possibilità di riuscita. Quel mare che cosa sta diventando? Proveremo anche a disegnare le mappe dei porti, le loro trasformazioni nel corso dei millenni con l’ausilio di studiosi, di testi letterari e di immagini. Porti, vuol dire anche marinai: uomini di carne ed ossa che oggi patiscono una delle forme peggiori dello sfruttamento, condannati a una sorta di nuova schiavitù, esposti anch’essi a rischi e a un destino senza certezze. Sono iMarinai perduti di cui aveva già parlato un autore che ci è caro, Jean Claude Izzo, un marsigliese di origine italiana: tipico autore mediterraneo, anzi uno dei più dolenti e affettuosi interpreti della mediterraneità.

Marinai, pirati di ieri e di oggi, “scafisti”; il Mediterraneo è anche un mare criminale, tra il Kosovo e la Sicilia, la Calabria e la Tunisia… Ne discuteremo qui, convinti dei nessi che intercorrono tra orientamenti economici, investimenti industriali (nelle armi), scelte politiche, povertà antiche e nuove, oppressione, repressione, e il gran proliferare di forme diverse mutevoli di criminalità. E il rapporto tra i bisogni dei migranti e lo sfruttamento che ne fa con grande cinismo la criminalità, è una chiave di volta ineludibile per capire qualcosa di ciò che accade dentro o intorno al mare di mezzo. Grandi organizzazioni o piccole imprese gestiscono il traffico di esseri umani, che investono risparmi di una vita nel tentativo di raggiungere un luogo dove quella vita sia davvero tale.

Noi siamo soliti guardare a costoro come “quelli che arrivano”, invasori dei nostri spazi, preoccupandoci di salvaguardarne la “natura”, timorosi di inquinamenti e contaminazioni; siamo convinti, a priori, che “loro”, quelli che riescono a farcela, ad oltrepassare il mare, siano coloro che guadagnano, e noi quelli che perdono; forse dovremmo provare a guardare dall’altra sponda del mare, a guardare con i loro occhi, con gli occhi di chi in primo luogo deve affrontare il rischio di un viaggio che può essere senza ritorno, ossia che ti conduce a morte, ma che può avere anche il rischio di un ritorno non desiderato, il rientro forzato nei luoghi dai quali sei fuggito tentando di porti in salvo, con la tua famiglia e le tue povere cose. Soprattutto non ci rendiamo conto di che cosa sia la ferita dell’esilio, il trauma dell’abbandono, la tragedia dell’esodo. Oggi il Mediterraneo sta sprecando i suoi millenni di bagaglio storico, riducendosi ad una sorta di enorme vasca mortifera, un catino di speranze frustrate, di immani sofferenze, di corpi che nessuna pietà può onorare. Un mare di morte, in sostanza. È questo dunque ancora il mare nostrum?

E le rivoluzioni che hanno scosso il Nordafrica e il Vicino Oriente sono parte di questo medesimo processo. Al di là delle cause interne, e al di là delle pesanti intromissioni di potenze esterne, quel movimento di popoli è anche un richiamo alle responsabilità dell’Europa ristretta nelle sue mura fortificate, con il mare Mediterraneo trasformato in vallo protettivo. Mancano i coccodrilli, ma non ce n’è bisogno, in fondo: i migranti muoiono nella traversata e se toccano terra, perdono dignità nei campi di internamento, in attesa di essere rimandati indietro o di un’evasione che li disperderà tra le campagne di Rosarno, i macelli del Belgio, le buie strade della periferia di grandi centri, dove vendere il proprio corpo: sono i nuovi schiavi senza catene.

Erano mediterranei nell’agosto 1991 quei disperati che attraversarono l’Adriatico, per giungere dalle coste di un’Albania appena liberatasi di uno stolto tiranno (per finire poi nelle spire di criminalità mafiosa e malaffare) a quelle degli italiani brava gente. La nave Vlora, fu il primo “barcone” di disperati e segnò l’inizio di una tragica epopea. L’Italia, Paese storicamente di emigranti, con quei bastimenti che partivano “pe’ terr’ assai luntane…”, era divenuta ufficialmente, di colpo, terra d’immigrazione. Quegli uomini (circa 20.000 perlopiù giovani) ricordavano, e aggravavano il ricordo, di carichi umani che le difficoltà o l’impossibilità della sopravvivenza in patria, spingevano lontano, ben oltre le Colonne d’Ercole. Erano campani, veneti, calabresi, siciliani, piemontesi, che piangevano, agitando bianchi fazzoletti, accalcati sul ponte, all’allontanarsi della nave dalla banchina, e piangevano e si abbracciavano quando, un mese dopo, scorgendo spuntare tra le nebbie dell’alba la Statua della Libertà o qualche indizio di terraferma. Prevalse, allora, lo spirito dell’accoglienza: per di più quei disgraziati fuggivano dal “comunismo”, il “dio che aveva fallito”, e dunque godevano di una certa simpatia (Montanelli scrisse addirittura un’Ode per i nostri fratelli speciali). Il crollo del Muro era avvenuto il 9 novembre 1989, mentre la dissoluzione dell’Urss era imminente. Era cominciato il ventennio dei miracoli, quello che avrebbe dovuto portare pace, serenità e benessere nel mondo; le cose avevano preso un’altra piega, con la Guerra del Golfo, la prima di una serie infinita. Cessato lo scontro Est-Ovest, si definiva il contrasto Nord-Sud. Il contrasto di cui il Mediterraneo divenne l’epicentro, e il luogo idoneo, per così dire, per un redde rationem.

Ma in quel tempo ormai remoto, l’Italia fu travolta da una tempesta politica: crollo della Prima Repubblica, autodissoluzione dei due partiti egemoni, trionfo dell’“antipolitica”. Gli immigrati si moltiplicarono, e la nostra economia si modellò su manodopera a basso costo, non garantita, per tutta una serie di lavori dai quali i nostri connazionali rifuggivano: dalla raccolta della frutta alla pulizia delle strade o delle case. Le scuole in declino videro rialzare le iscrizioni grazie a bimbi neri, gialli, caffellatte, o biondo-pallido provenienti dall’Est. I migranti furono presto italiani a tutti gli effetti, tranne che per la legge. E con l’ascesa al potere di una forza politica che pure esprimeva gli interessi di zone del Paese dove più alto era il bisogno di immigrati, la politica dell’accoglienza divenne politica del respingimento. Si disegnarono norme antigiuridiche (mentre si alimentava la sindrome sicuritaria) che più volte incorsero in sanzioni dell’Unione Europea; i Centri di accoglienza divennero Centri di detenzione, dove ogni legge fu bandita, e a uomini in divisa fu concesso il permesso di sfogare le proprie frustrazioni contro quelle che erano considerate “non persone”. Ed erano semplicemente, appunto, i fratelli di un’altra sponda; geograficamente per quanto concerne un Paese come l’Albania, ancora a Est, sul mero piano geografico, ma pieno Sud dal punto di vista socioeconomico. E in ogni caso era sempre una storia che faceva centro, appunto, sul Mediterraneo. Una storia che invano cerchiamo di trasformare in pratica di polizia, e invece è bisognosa di robuste pratiche sociali, di cultura, di informazione, di pedagogia di massa. Una educazione innanzi tutto linguistica. Si pensi a come specialmente in Italia è cambiato il senso profondo della parola “clandestino”. In Italia che ha appunto tentato di introdurre il reato di clandestinità, un vero e proprio mostro giuridico.

Come ho detto, attenzione particolare sarà riservata alla Grecia, sia quella remota, la Madre Grecia d’Europa (verso la quale oggi i Paesi dell’Unione non sembrano essere molto riconoscenti), sia quella di oggi, appunto, strangolata dai debiti, e sul punto della guerra civile, o forse già in piena guerra civile, con una emersione di gruppi neonazisti che stanno lanciando terribili segnali al resto del Continente. E inquieta, come ci racconteranno alcuni dei nostri ospiti, con parole e filmati, la connivenza tra forze dell’ordine e il partito neonazista di Alba Dorata. Ancor più inquieta il fatto che anche la Grecia, terra di emigranti stia applicando, sospinta da pulsioni xenofobe, una ideologia e una pratica operativa inumana verso gli altri. Quelli che vengono da fuori. E non troviamo particolari differenze tra i partiti al governo e i nazisti per ora all’opposizione, se non nelle pratiche operative, che peraltro un uso violento della legge da parte delle forze di polizia tende a cancellare.
Ma nel Festival, naturalmente, si parla del passato, delle sue diverse epoche, e non soltanto dei tempi presente: accanto ai Greci della classicità, egizi, romani, bizantini, arabi, in situazioni belliche e di pace, ma si guarda altresì verso le piazze e i mercati, assaggiando il pane e la pasta e sorseggiando il vino: tre elementi essenziali, e suggestivi, non solo della cucina mediterranea, ma della mediterraneità nel senso più ampio e generale. Altrettante vie per evocare quello che questo grande mare, questa enorme area geografica e sociale e culturale era e può ancora essere: luogo di incontri, di formazione di civiltà, di scambi commerciali, di ibridazioni, anche di scontri, dai quali però sempre nacquero altre civiltà o si svilupparono quelle esistenti. Le guerre di religione finirono, ma sono riemerse dopo il crollo del Muro, quando con la favola della “fine della storia” ci fecero credere che eravamo entrati nell’età felice di un mondo senza conflitti. E poco dopo qualcuno, della stessa scuola, in fondo, giunse a teorizzare il clash of civilizations, stabilendo anche, o meglio, ancora una volta, chi fossero i “buoni” e chi i “cattivi”. Ne stiamo pagando ancora le conseguenze.

Tra evo antico, Medioevo, modernità e contemporaneità, il Mediterraneo, luogo privilegiato del passaggio da un’età all’altra, fu sempre uno spazio comune (anche quando i Greci e poi i Romani lo considerarono loro), dopo il crollo del Muro nel 1989, ha visto il riemergere delle guerre di religione, e di conflitti che erano stati dichiarati finiti per sempre, con un ottimismo insulso. E tutto questo oggi continua. Questa felice realtà multiversa sembra aver rinunciato alla sua tradizione di centro di incontro (e scontro, ma sempre foriero di sviluppi importanti, quasi sempre positivi) di culture, religioni, economie, per diventare il vallo di una Europa fortezza. Oggi, esso è una barriera, e un cimitero, il più grande di tutti i cimiteri, con i suoi ventimila cadaveri adagiati sui fondali. I migranti – i “disperati del mare” – che nel corso dello scorso ventennio, non ce l’hanno fatta. E il cui numero cresce di anno in anno.

Al Mediterraneo come esplorazione, sinonimo di scoperta, conoscenza dell’altro, mare come ibridazione e quindi ricchezza, si sostituito un concetto divisorio e discriminatorio, escludente e respingente una frontiera o addirittura una barriera d’acqua. Mobile, fluida e sterminata dalla quale è difficile uscire vivi. Nel corso del 2011 sono morte in questo mare oltre 1500 persone; nel ventennio alle nostre spalle le vittime sono tra 18 e 20.000. Sono dati che vengono non dagli Stati pure coinvolti, in senso attivo o passivo, in questa strage degli innocenti: ma da associazioni private come la Caritas, Fortresse Europe, MigrEurope.

Qualcuno potrebbe osservare, con malizia, che FESTIVALSTORIA non si limita a ricostruire, e raccontare, ma pretende di dare un “messaggio”: ebbene, sì! Il messaggio intendiamo darlo, ogni volta, fin dalla scelta del tema. In questo caso il messaggio è chiaro a tutti, credo: è un messaggio che ci parla della importanza e della necessità dell’incontro e non dello scontro, della comunicazione e dello scambio, non della chiusura e dell’isolamento. Ma lo scopo fondamentale di questa manifestazione è altro, ed è più largo e generale. Lo richiamo ad ogni edizione, e lo farò anche stavolta, citando Etienne Balibar: «Parlare di cittadinanza imperfetta significa dire soprattutto che la cittadinanza è una pratica e un processo, piuttosto che una forma stabile. Che essa è sempre “in divenire”». Ebbene noi siamo convinti che per far progredire la cittadinanza, portare avanti questo processo in senso positivo, la storia abbia un ruolo essenziale. Che non si possa essere cittadini e cittadine attivi e responsabili senza la conoscenza storica, e che solo essa sia in grado di fornire alle persone gli strumenti di decrittazione del presente, cogliendo le continuità e le discontinuità con i fatti, le parole, i pensieri del passato. Se la storia è maestra, e gli uomini sono cattivi allievi, tocca forse innanzi tutto alla comunità degli studi farsi carico del problema, e lo potrà fare solo nella misura in cui sia disponibile a fuoruscire dai luoghi canonici, dalle biblioteche e dalle aule universitarie, dai laboratori di ricerca e dalle sale d’archivio; se sia disponibile a portare “la storia in piazza”, e a felicemente contaminarsi con la piazza, appunto.

Io personalmente ci provo sempre, e invito i colleghi, gli allievi, i miei sodali culturali a farlo a loro volta. Ho sempre coinvolto in ciascuna delle innumerevoli iniziative cui ho dato vita nel corso degli anni, studiosi di nome e studiosi in formazione, ma anche donne e uomini che non fanno della ricerca archivistica e bibliografica e dell’insegnamento il loro mestiere principale. Sono convinto che da loro, gli accademici (e, aggiungo, i politici di professione) abbiano tanto da apprendere. Lungi da me il desiderio di fare una contrapposizione generazionale, ma sta di fatto che queste donne e uomini sono dei giovani, di età che va dai 25 ai 40, circa. Giovani o ex giovani. Tutti immersi nel gorgo della precarietà. Eppure entusiasti, competenti, desiderosi non solo di conoscere ma di socializzare le loro conoscenze. Sono fotografi, cineasti, fotogiornalisti, scrittori, reporter, musicisti, attori, scienziati sociali, letterati. Sono la generazione Schengen; parlano e scrivono in almeno 4 lingue, si muovono con ogni mezzo tra Europa, Mediterraneo, e continenti “extraeuropei”, imparando a rispettare le culture degli altri; si nutrono delle letture più varie, dai classici al giornalismo contemporaneo; si gettano temerariamente a capofitto in imprese e progetti, si recano in luoghi impervi, in zone di guerra, quasi sempre senza copertura di un committente; vanno allo sbaraglio, pagando di tasca propria, e solo talora riescono a “piazzare” i loro prodotti, e ottengono qualche notorietà. Ma è grazie a loro, al loro lavoro nascosto, all’impegno di questi sconosciuti al grande pubblico, che noi possiamo essere informati su tanti aspetti, spesso i più tragici o disgustosi della contemporaneità. Altro che ragazzi choosy, come ha detto una ministro torinese, recentemente in uno dei tanti infortuni diciamo espressivi in cui è incappata (non è la sola, del resto!); o come ha invece solo pochi giorni fa ha dichiarato un’altra donna ministro, stavolta spagnola, che ha spiegato la fuga dei cervelli in termini di amore per l’avventura…

Grazie anche a loro, uno studioso professionale aduso più all’incontro con libri che agli incontri con esseri umani in carne ed ossa, può fare un vero e proprio salto di qualità, e restituire alla storia quel compito politico, quell’“ufficio civile” già teorizzato da Benedetto Croce e oggi troppo sovente dimenticato, nel più generale silenzio degli intellettuali (per servirsi della fortunata formula di Asor Rosa).

Mettendo insieme generazioni diverse, competenze diverse, provenienze diverse, vogliamo col Festival, anche quest’anno, tentare di eccitare quel bisogno di sapere che è nel cuore della pratica storiografica, quando non la si concepisca come mera erudizione, o peggio, come puro accumulo di dati e date da sfoggiare in ogni occasione, quasi per farne una barriera tra sé e gli altri. Così scriveva un giovane studente universitario nella Torino del 1916. Si chiamava Antonio Gramsci, che invitava a elaborare un altro tipo di cultura, fondata sulla responsabilità, e sull’autodisciplina, sulla coscienza del proprio posto nel mondo, dei propri diritti e dei propri doveri. Era una esortazione a una cultura autentica, insomma, capace di costruire una città migliore, la città futura. È quello che cerchiamo di fare noi, con la modestia delle nostre capacità e la povertà dei nostri mezzi: dare un aiuto alla costruzione di una città migliore.

 

Angelo d’Orsi

Fundación Asamblea de Ciudadanos y Ciudadanas del Mediterráneo
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